Maria 的个人资料Il tempo passava, con le...照片日志列表 工具 帮助

日志


Sono sempre più convinta del fatto che

le persone diventano importanti a cominciare dall'esatto momento in cui si dà a loro anche la minima importanza

Forse è il caso di spegnere la luce,

Prof! - gli ha consigliato oggi una mia collega con molta calma e nonchalanche mentre andava in fumo l'impianto di illuminazione dell'aula,durante la lezione di chimica.
 
E il professore,non con la stessa placidità: "TUTTI FUORI!"
Quanti colpi di scena che serba questa vita da matricole.
 
Mah.

¿Cuál es el problema?

 
In seguito alla notizia dell'assurdo intento di "far accomodare"al Parlamento Europeo ex soubrette e dimenticate concorrenti di reality show,ho espresso
il mio parere scrivendo su Youtube che la Matera non sa neanche distinguere un piegaciglia dalla Costituzione. 
 
Un utente in  spagnolo mi ha risposto che non avevo da indignarmi,perchè dato che <<la politica è un circo,allora che lo si
faccia bene>>
Il suo sarcasmo mi ha colpito e mi ha fatto riflettere.
 
Forse è meglio archiviare i libri e tentare un provino per Uomini e Donne,così dalla poltrona del tronista passo dritta a quella del ministro.
 

Ente Distraente

 
Da tre giorni orsono non effettuo l'accesso a facebook.
La mia è stata una scelta purificatrice:più disintossicante di una tazza di té verde,più salutare di una mela.
 
 
 
 
Ci si corazza per l'Esame.
Forse.
 

The triangle tingles and the trumpet plays slow

"E sorridevi e sapevi sorridere coi tuoi vent' anni portati così,
come si porta un maglione sformato su un paio di jeans;
come si sente la voglia di vivere
che scoppia un giorno e non spieghi il perchè:
un pensiero cullato o un amore che è nato e non sai che cos'è.

Giorni lunghi fra ieri e domani, giorni strani,
giorni a chiedersi tutto cos' era, vedersi ogni sera;
ogni sera passare su a prenderti con quel mio buffo montone orientale,
ogni sera là, a passo di danza, a salire le scale
e sentire i tuoi passi che arrivano, il ticchettare del tuo buonumore,
quando aprivi la porta il sorriso ogni volta mi entrava nel cuore.

Poi giù al bar dove ci si ritrova, nostra alcova,
era tanto potere parlarci, giocare a guardarci,
tra gli amici che ridono e suonano attorno ai tavoli pieni di vino,
religione del tirare tardi e aspettare mattino;
e una notte lasciasti portarti via, solo la nebbia e noi due in sentinella,
la città addormentata non era mai stata così tanto bella.

Era facile vivere allora ogni ora,
chitarre e lampi di storie fugaci, di amori rapaci,
e ogni notte inventarsi una fantasia da bravi figli dell' epoca nuova,
ogni notte sembravi chiamare la vita a una prova.
Ma stupiti e felici scoprimmo che era nato qualcosa più in fondo,
ci sembrava d' avere trovato la chiave segreta del mondo.

Non fu facile volersi bene, restare assieme
o pensare d' avere un domani e stare lontani;
tutti e due a immaginarsi: "Con chi sarà?" In ogni cosa un pensiero costante,
un ricordo lucente e durissimo come il diamante
e a ogni passo lasciare portarci via da un' emozione non piena, non colta:
rivedersi era come rinascere ancora una volta.

Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione,
e il peccato fu creder speciale una storia normale.
Ora il tempo ci usura e ci stritola in ogni giorno che passa correndo,
sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo.
E davvero non siamo più quegli eroi pronti assieme a affrontare ogni impresa;
siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa"

 

 

 

Le grandi sententiae di Guccini..

 

 




u l t i m a M E N T E

 
 
troppo pacata,
troppo poco sazia,
troppo ottimista,
troppo ottusa
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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Grandi Favori (2)

Lasciami
      in
   pace

I neuroni in pantofole

La vita è un percorso scandito da tappe,ognuna di queste è una scelta.
Che ansia,scegliere.
 
 
Una domenica buttata al vento...ho i neuroni in pantofole.
 
 
 

Ipse dixit

Ci sono diverse cose delle quali,ultimamente,mi dispiaccio.
Succede quando col passare dei giorni si assume sempre più consapevolezza dell'insulsità delle proprie scelte.
 
 
Non voglio chiedermi perchè ora mi è saltato il tic di aggiornare questo pseudo-blog abbandonato,perchè probabilmente finirei per sentirmi in colpa;
Sono rimasta sveglia per studiare,ma Hegel mi ha consigliato di dare un'occhiata su internet:
<<và e ritirati,pezzo d'asina patentata>>.
il libro ha cominciato a parlare, io l'ho ascoltato.
 
 
 
Questo si chè esaurimento nervoso.
 
 

Grandi Favori

Per favore non odiarmi

In peritura memoria

 25/11/08
 
Anniversario di morte della dolce Luisa Manfredi,barbaramente assassinata a fucilate il 25 novembre del 2003 a Lula.


Cinque anni di indifferenza e silenzio.


quattordici anni di vita spezzati dal piombo.
 
 

Per non dimenticare 

 


Sul Supramonte

nel cuore aspro del montano Gennargentu, a novembre del 1913 era già inverno. Un inverno secco con certe notti di stelle, fredde che imbiancavano di gelo i picchi della montagna. 

Non c'era neppure vento, la notte del sei. Si sentiva chiaramente il bramire della volpi affamate che i fuochi dei pastori, resi più vigili e insonni dalla possibilità di un agguato, ricacciavano nelle tane. Dagli ovili della valle venivano su latrati di cani, rari scampanii di greggi a riposo intenti a scuotersi di dosso l'umidore della guazza. Nessuna voce umana in quel­le vaste lande di pietra e terra arida, sotto quel ciclo impassibile, indifferente alla sua stessa bellezza: il liquido silenzio umano delle notti in Barbagia che sembra quasi ubbidire alla quiete della luna, o del buio, sa la luna non c'è.
Ma per Paska non c'erano neppure le voci degli animali, ne quella del torrente che scorreva a pochi metri dal suo rifugio. La voce muta, gelata delle persone che le stavano intorno era tutta nei loro occhi.
Supina, adagiala su una lettiga di frasche in fondo alla caverna di roccia, non avvertiva neppure il calore del fuoco acceso in un angolo. Si sentiva addosso tutto il freddo della notte. le fiamme alte che non riu­scivano a scaldarla erano il rogo della sua giovinezza. Cavalcate di pensieri sconnessi e ricordi confusi andavano via-via attenuandosi nella sua mente come lo strepito di una mandria che si allontana nell'erba alta della tanca.
Quando gli occhi della giovane donna si chiusero senza che una mano pietosa ne accarezzasse le palpebre, i sei uomini vestiti da pastori che le stavano intorno la coprirono con un lenzuolo di lino candido e un pe­sante gabbano d'orbace. Spensero il fuoco buttandovi sopra dell'acqua. Sollevata la lettiga di frasche dal pavimento di pietra della grotta, uscirono nella notte. Il fruscio dei loro passi sulle rocce del pendio e sull'erba del fondovalle irrigidita dal gelo poteva essere anche il brucare cadenzalo delle bestie al pascolo o il battito lontano delle ali di un uc­cello da preda. Il passo dei banditi non muove ciottoli né urta sassi o radici iI latitan­te che perde il suo passo e meglio che resti nel rifugio, soprattutto la notte.

I  sei uomini con la lettiga erano banditi. E anche Paska era un bandi­to. Camminarono per più di tre ore. dall'ombra della montagna al bian­co delle case di Orgòsolo ancora lontane dall'alba.
La chiarìa delle facciate del paese sembra di notte una chiazza di latte nell'ombra cupa della conca di Sant'Ananìa. Orgòsolo, nome antico, anteriore, dicono, anche allo stesso paese, che la genie nuragica diede a quel territorio racchiuso tra le alture. Nome che richiama, a pronun­ciarlo, il gorgoglio dell'acqua che sgorga stretta da una fenditura della roccia, del vino bevuto dalla zucca, in piedi, la testa rovesciala all'indietro, o del sangue dall'arteria squarciata. Paese fuori dal tempo, che fa pensare alla clessidra. Vi cola lentamente, ma inflessibile, la sabbia ari­da dell'odio e della vendetta. Ma basta rovesciarla per avvertire il pro­fondo fluire, allettando implacabile, dell'amicizia e dell'amore. Paese di gente che non perdona il nemico, ma che non tradisce l'amico.
Che usa parole e gesti con parsimonia e senza lusso d'inutili cortesie. Si racconta di una vecchia signora orgolese, padrona di una locanda, che per onorare un giovane poeta amico di amici, che le aveva regalato un suo libro di poesie, pranzò con loro, cosa inusuale, e alla fine del pasto prese chiodo e martello e crocifisse alla parete il libro chiuso del poeta. «Chi viene qui», gli disse, «deve sapere che tu sei stato qui e che mi hai regalalo le tue poesie; se non potranno sfogliarlo ne compreran­no un'altra copia».
Arrivati in paese i sei banditi si fermarono davanti alla porta della casa di Paska. Non ci fu bisogno di bussare. I due battenti si aprirono silen­ziosamente. I quattro, portata dentro la giovane donna ormai fredda e pallida come il marmo, l'adagiarono su un grande tavolo, ì piedi rivolti alla porta, pronta a proseguire il suo viaggio verso l'eternità. Salutarono con un gesto della testa l'ombra oscura che si era staccata da una pare­te, baciarono la morta sulla fronte e uscirono in fretta.
II dovere era stato compiuto: secondo la tradizione, chi vive fuori dalla legalità e muore in latitanza dev'essere restituito alla famiglia.
Famiglie tormentate, quelle di Orgòsolo e della Barbagia di quel tempo, coinvolte in una vicenda di faide che sconvolse anche l’assetto sociale del paese e dell'intero territorio.
«Una storia di sangue», scrive Brigaglia, «illuminata da squarci di luce orgogliosamente barbarica, come la vita di Paska Devaddis una giovinetta costretta anche lei a prendere la via della montagna, capace di cavalcare e sparare come i suoi compagni di latitanza: quando muore, di tisi e di stenti, in montagna, i suoi compagni la trasportano di notte nel paese silenzioso e la depongono nella sua casa vuota, sul tappeto più bello, vestita con il costume da sposa che non potrà più indossare; l'autopsia sul cadavere la dichiarerà vergine, e Paska diventerà un personaggio di leggenda».
 In una notte senza stelle, i suoi compagni con un'audacia indescrivibile, essi che sapevano Orgòsolo asserragliata e gremita di truppe, ma sapevano pure che per tradizione aulica chi muore in latitanza lungi dalla sua casa è disonorato per sempre, osarono trasportare la salma della giovinetta in Orgòsolo, nella sua casa ormai chiusa e deserta perché la piccola sorellina, Carola, era stata accolta da alcuni pa­renti.
Quando l'alba allargò con le prime luci la luminosità dei graniti coperti di gelo, i banditi erano di nuovo nel loro rifugio sui monti e Paska era adagiata sul suo letto di fanciulla, circondata da candele accese. Si dica che la sorella, l’unica della famiglia rimasta ad attenderla, la vestì con I costume di nozze preparato da tempo. Nozze di cui si era fissata tante volte la data ma che non erano state mai celebrate perché il fidanzato Michele Manca, era in carcere accusato di omicidio.
Quella mattina del 7 novembre, fredda ma col cielo ancora limpido, i primi a visitare la casa di Paska furono i carabinieri e il medico del paese chiamati per certificare davanti alla legge la morte della giovane, vissuta alla macchia per più di un anno. Dal referto medico risulterà che Paska Devaddis era morta per tubercolosi e che aveva conservalo intatta la propria verginità. 

 «Nel 1913 in Sardegna, ad Orgòsolo», afferma il Pareto, «certi cittadini sostituiscono la loro azione a quella manchevole della giustizia. Il fatto merita di essere narrato. In quella terra contendevano per ragioni private due famiglie, cioè quella dei Cossu e quella dei Corraine. La prima seppe procacciarsi il favore del Governo, la seconda stimandosi per tal modo, oppressa, ricorse alle armi».
«Le campagne rigurgitavano di latitanti», dice Cagnetta, «uomini e donne, disposti da un momento all'altro a unirsi alla banda Succu e a darsi alla vita disperata. Si può dire che, a quel momento, esistesse una vera situazione di guerra tra una delle parti, la più povera, contro l'al­tra, favorita e difesa dalle autorità».
Brigaglia riporta le parole dell'avvocato nuorese Ciriaco Offeddu. vissuto al tempo della grande dìsamistade. «Il dramma di Orgòsolo non è prodotto dalla razza delinquerne, ma è una conseguenza logica, fatale, di una negata giustizia. Prendete l'uomo più equilibrato del mondo, circondatelo di tante sciagure, opprimetelo di costante ingiustizia, uccide­tegli un figlio nel sonno, buttategli un padre nel pozzo, arrestategli la vecchia madre, fategli morire randagia e spettro umano una figlia per la campagna, e perderà l'equilibrio spezzando le catene con cui l'educazione e gli Studi lo avevano legato».
La disamistade di Orgòsolo inizia ufficialmente il 3 aprile del 1905, quando a Corriolu di San Vero Milis. piccolo centro del Campidano, Carmine Corraine viene ucciso per mano di Egidio Podda, e si conclude il 25 giugno del 1917, quando venne chiusa ufficialmente dallo Staio con la sentenza assolutoria del grande "processo di Orgòsolo".
L'analisi di questa dìsamìstade, la risonanza che questi fatti sanguinosi ebbero sulle cronache dei giornali e nell'opinione pubblica, le istrutto­rie e i processi misero in luce il ferreo codice non scritto che regolava la vita di Orgòsolo. coinvolgendo tutto il mondo pastorale baibaricino e svelandone i misteri.
«Per la prima volta», scrive Cagnetta, appassionato "indagatore'' di quel villaggio martoriato, «i fatti segreti e intimi di un paese che per il suo isolamento multimillenario può essere consideralo l'Arca Santa di tutta la storia dell'isola diventano pubblici, si fanno storia: non in termi­ni incidentali, ma in una connessione organica, in una unità, compariva­no tutti gli elementi principali che compongono il ripetersi immobile della vita in Sardegna. La celebre "vendetta del sangue" del villaggio di Sardegna avrebbe solo interesse di cronaca locale se in primo piano, con estrema evidenza, non fosse in essa comparso l'insieme dei rapporti tra l'economia, la società sarda più arretrala e Io Stato nazionale italia­no moderno e borghese».
La premessa della disamistade, la vera radice dell'odio, è anteriore an­che all'assassinio di Carmine Corraine. Essa viene fatta risalire alla morte di Diego Moro, il più facoltoso proprietario del paese. Piccolo porcaro a trent'anni, la sua fortuna era cresciuta ininterrottamente fino a raggiungere, all'inizio del secolo, un'entità calcolabile intorno alle 250.000 lire di allora»  La voce popolare sussurrava anche che una quan­tità considerevole di zecchini, carlini, napoleoni e verghe d'oro, altre 250.000 lire, fosse scomparsa alla sua morte.
Intorno a questo tesoro si scatenò la rissa fra gli eredi: ne nacquero odi, vendette, uccisioni dei nemici, distruzione delle loro proprietà. La faida divenne più importante dell'oro stesso che l'aveva provocata. Ma prima, però, era stata tentata la via legale della denuncia e del processo. I parenti di Carmine, infatti, dopo aver ricercalo per tre anni, dal 1905 al 1908, l'uccisore del loro congiunto, riescono a catturarlo e a consegnarlo alla giustizia. Ma le Assise di Oristano assolvono Egidio Podda per legittima difesa, anche se era noto a tutti che aveva ucciso Corraine, disarmato, sparandogli alle spalle dopo una discussione per motivi di pascolo.
Il fallimento della giustizia pubblica scalena la vendetta privata. Le grandi famiglie di Orgòsolo vengono prese nel turbine di una vera e propria guerra civile. I Cossu, i Corraine. i Succu, i Moro e i Devaddis si gettano come fiere nella mischia che raggiunge il punto più dramma­tico nel 1912, quando l'intera fazione dei Corraine viene costretta da quella dei Cossu, più legata al potere statale, a rifugiarsi sulle montagne. Corraine e i loro congiunti diventano allora una banda sanguinaria, anche se composta tutta di "signori" possidentes. Usano la violenza come strumento di regolamento dei conti, uccidendo e dedicandosi all’'abigeato come avevano fatto i più temibili banditi dell’ottocento.
La notte del 6 giugno 1913 vengono arrestate, tutte insieme, 52 perso­ne della "parte" dei Corraine, le uniche che fossero rimaste in paese segregale nelle proprie case. La stessa notte viene ucciso un ragazzo figlio di un capo avversario, e tre giorni dopo due cugini, sempre dello stesso partito, di 13 e 14 anni. Dopo altri cinque giorni la stessa sorte tocca ad altre tre persone. Paska Devaddis si salva rifugiandosi in casa di amici. Si racconta che dopo la cacciata dei nemici, in casa Cossu si fece una grande festa organizzata dal prete don Diego, capo spirituale delia faida, e da Barore Lardu, capo delle forze armate dei Cossu. Vi parteciparono anche dei marescialli dei carabinieri in borghese e funzionari civili di sicuro potere.
La tempesta delle vendette infuriò più di prima, come una maledizione tra le due diverse fazioni. Alla fine della disamistade i morti saranno più di venti.
La faida terminò nell'agosto del 1916, quando le autorità dello Stato riuscirono a convocare nelle campagne di Posada i capi delle fazioni in lotta. Alla cerimonia tribale dì riappacificazione, antica quanto i primi abitatori della montagna, i sopravvissuti giurarono di non combattersi più. «Coll’Arcivescovo di Nuoro», scrisse Michele Saba, uno degli avvocati della disamistade, «il Vice Prefetto della Provincia, i deputali, i difensori delle due parti in contrasto, intervennero alla cerimonia della pace tutti i componenti delle famiglie che sì erano dilaniate per anni e anni».
Il processo della disamistade fu celebrato a Sassari da marzo a giugno del 1917.
Paska Devaddis era entrata nella faida nel giugno del 1912. Da spettatrice attenta e partecipe ai fatti di sangue che funestarono la gente orgolese diventò protagonista dopo l'omicidio di Antonio Succu soprannominato Caretta, ucciso nella sua casa davanti alla madre, alla nonna centenaria e alla sorella Mariangela, che affermò di avere riconosciuto in Antonio Devaddis e Giuanne Corraine gli assassini del fratello. I due avevano sparato anche a lei: le pallottole le avevano bruciacchiato il vestito. Dalle indagini sulla morte di Caretta risultò che la notte stessa, poco prima del delitto, Paska Devaddis era stala vista in prossimità dell'abitazione dei Succu. Davanti al mandato di cattura, Paska decise di prendere la via dei monti.
Non fu tentala neppure di fuggire in America assieme al fidanzato, come consigliavano alcuni parenti e come avevano fatto Antonio Moro e Antonio Musio, approfittando di una breve tregua.
Dalle allegre compagnie femminili, dalle feste comunitarie in compagnia del suo fidanzato, dalle serene abitudini di una casa agiata e un tempo benvoluta la ragazza passò a una vita durissima e insicura condi­visa con altri latitanti il cui unico intento era eliminare i propri nemici con rapidissime discese in paese: ominìas, "cose da uomini", alle quali non era abituata. Pare che a questa specie dì spedizioni punitive partecipasse alla fine anche Paska, assieme ai suoi compagni di latitanza ca­peggiati dal bandito Onorato Succu. E c'è da crederci. La giovane, che nonostante la malattia che già la tormentava aveva nelle vene il sangue caldo dei Devaddis. sentiva in modo imperioso l'orgoglio di casta e l'attaccamento alla famiglia. Durante la disamistade aveva assistito all'arre­sto del fratello Battista, accusato di aver ucciso il 27 febbraio del 1910 Andrea Cossu (il fratello don Diego lo trovò nella sua tenuta di Olètana con il petto squarciato da due fucilate, la testa schiacciala e il ventre aperto come quello di un animale) e condannalo dalla Corte d'Assise di Oristano a 18 anni di carcere; nello stesso anno era stato ucciso du­rante un conflitto con le forze dell'ordine un altro fratello latitante, Francesco. La sua morte aveva gettato Paska in uno stato di profonda prostrazione. Secondo i testimoni citati nel processo conclusivo del 1917 emergono infatti ipolesi inquietanti anche se abbastanza possibili a quel tempo: Francesco Devaddis, ucciso dalla fazione dei Cossu, sa­rebbe stato poi consegnato ai carabinieri che avrebbero inscenato lo scontro. Giuseppe Devaddis. padre di Francesco e di Paska, esasperato dalle dicerie e dalle insinuazioni, aveva denunciato i probabili assassini del figlio e i graduati che ne avevano organizzato l’arresto. Ma le accu­se di Giuseppe Devaddis erano state dichiarate infondate e gli imputati assolti. Come se ciò non bastasse, ad arroventare il forte animo di Paska che mal sopportava la fragilità del suo corpo, successivamente era stato ar­restato anche il padre, abbastanza in là con gli anni. Giuseppe Devaddis era accusalo di non essere estraneo all'omicidio di Giuseppe Piredda avvenuto nell'agosto del 1911, né al tentato omicidio di Antonio Pired­da nell'ottobre dello stesso anno: avrebbe sempre negato con decisione ogni coinvolgimento.
Sulla vita di Paska Devaddis tra le montagne del Gennargentu si rac­contano episodi dati per certi, ma ai quali non si può negare il sapore della leggenda. Fra gli altri si ricorda l'avventura di due giovani carabi­nieri che, mandati a caccia di banditi sul Supramonte e saputo che fra quelle montagne si nascondeva una giovane banditessa, dissero che se l'avessero trovata le avrebbero infilato le mani sotto la gonna. E se la trovarono davanti, infatti, una mattina alle prime luci. «Mi mandano a dire dal paese», disse loro, «che due giovani carabinieri mi stanno cer­cando per sollevarmi le gonne. Siete voi. per caso?». I due miliari non ebbero neppure il tempo di mettere mano alle armi che i loro berretti già volavano via tra le macchie colpiti da due palle ben indirizzate. Stupiti di ritrovarsi vivi e senza una scalfittura, se la diedero a gambe. Raccontarono a tutti il loro fruito incontro dicendo che Paska, donna bellissima e bruna di capelli, era apparsa all’improvviso come una visione nella luce dell'alba e aveva sparalo senza neppure alzare il fucile all'altezza della spalla.

viene ricordata così:
 «Reina dì Orgòsolo e de bandidos sorre e sentinella. De sa disamistade in sa burraska in sa notte orgolesa fìd istella. Paska Devaddis reina e bandida».

(«Regina di Orgòsolo, sorella e sentinella dei banditi. Nella burrasca della faida fu la stella della notte orgolese. Pasqua Devaddis, regina e banditessa».)

 
Franco Fresi,Banditi di Sardegna,Newton & Compton/Edizioni Della Torre,1998


As a matter of Fact

"è proprio la religione vera quella che non occorre professare ad alta voce per averne il conforto di cui qualche volta-raramente-non si può fare a meno"
                                             da La Coscienza di Zeno,Italo Svevo
 

Postumi e problemi posti

"Le città sono piene di gente.
Le case piene di inquilini.
Gli alberghi pieni di ospiti.
I treni pieni di viaggiatori.
I caffè pieni di consumatori.
Le strade piene di passanti.
Le spiagge piene di bagnanti.
Quello che prima non era un problema,incomincia ad esserlo quasi ogni momento:trovare posto".
 
 
 J. Ortega y Gasset,La ribellione delle masse,1930.

Le ultime parole famose

"L'unico mio desiderio è di vedere abolito il confino,le taglie,la disoccupazione,lo sfruttamento dei lavoratori e vedere così il nostro martoriato paese in via di pace serena e civile progresso"
 
 
Pasquale Tandeddu,bandito,ucciso dai carabinieri in un conflitto a fuoco nel 1954.

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Sogno

Ride ancora il tuo corpo all'acuta carezza
della mano o dell'aria,e ritrova nell'aria
qualche volta altri corpi? Ne ritornano tanti
da un tremore del sangue,da un nulla. Anche il corpo
che si stese al tuo fianco,ti ricerca in quel nulla.
 
Era un gioco leggero pensare che un giorno
la carezza dell'aria sarebbe riemersa
improvviso ricordo nel nulla. Il tuo corpo
si sarebbe svegliato un mattino,amoroso
del suo stesso tepore,sotto l'alba deserta.
Un acuto ricordo ti avrebbe percorsa
e un acuto sorriso. Quell'alba non torna?
 
Si sarebbe premuta al tuo corpo nell'aria
quella fresca carezza,nell'intimo sangue,
e tu avresti saputo che il tiepido istante
rispondeva nell'alba a un tremore diverso,
un tremore dal nulla. L'avresti saputo
come un giorno lontano sapevi che un corpo
era steso al tuo fianco.
 
                                           Dormivi leggera
sotto un'aria ridente di labili corpi,
amorosa di un nulla. E l'acuto sorriso
ti percorse sbarrandoti gli occhi stupiti.
Non è più ritornata,dal nulla,quell'alba?
 
 
                                                              Cesare Pavese
 
 
 
 
 

Quando da piccola

 
 dissi a mia madre di avere paura dei fantasmi,lei mi guardò divertita e mi rispose:"Marì,c'è da temere i vivi,non i morti".
La sua risposta mi aveva deluso. Mi aspettavo una replica tipo "I fantasmi non esistono" oppure "niente paura,ti proteggo io"e invece no,mamma è stata schietta e,come al solito-però a distanza di anni-ha dimostrato di avere per l'ennesima volta ragione.
 
 
 
 
iosuonandoilpiano
 
 
 
 

Questo clima

di troppa tranquillità comincia ad incutermi un pò di timore,tanto che mi sono chiesta:"c'è davvero da starsene così tranquilli?"
 
mah.
 
Fuori gli uccellini cinguettano,la gente passa sorridente in moto,i vigili ti salutano,il cielo è terso e senza l'ombra di una nuvola,l'anno scolastico è terminato bene e posso rotolarmi nel letto sino all'ora che voglio senza che un'odiosa sveglia trilli sei volte a partire dalle cinque del mattino.
 
Ho davvero raggiunto la pace eterna?NAAAH,quella si raggiunge quando si muore.
è che ad un certo punto mi ritrovo senza nessuna ansia a cui pensare,alcun impegno,il che è troppo,troppo strano.
 
Non è che sono già morta?
Non è possibile,deve succedere qualcosa. Something must happen. Già.
 
Uff,che noia però.
Attendevo questa "noia"dall'inizio del settembre scorso...e finalmente è arrivata. Certo che il tempo è proprio strano. Io non riesco a spiegarlo,nè interpretare il suo corso. D'altronde,la fisica non mi è mai piaciuta.
Ma a prescindere dalla fine della scuola...insomma,c'è un che di strano nell'aria...eppure ci credi che non riesco comunque ad essere pienamente soddisfatta?c'è qualcosa che deve accadere.
Boh.Vammi a capire.Si passano giorni aspettando di star bene,quando alla fine ti sembra di aver raggiunto un traguardo,nonostante tutto senti che qualcosa manca e dubiti di stare veramente apposto.
 
Porca Locca,aveva proprio ragione Pascal a dire che l'uomo non è mai pienamente soddisfatto di se stesso.
 
 
 
 
 
 
 
 
<<Sorridi,è contagioso>>